Abstract: The Art Of Design, cosa ho imparato dai migliori creativi del mondo

4 appunti ispirati dalla nuova serie di documentari Netflix dedicata al mondo del design

Andrea Girolami

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Gli inglesi quando parlano di una serie per cui impazziscono la definiscono “addictive”, parola che suona molto meglio dell’italiano “dare dipendenza”. Con Abstract: The Art Of Design è successo proprio così: iniziato il primo episodio non sono riuscito a smettere fino alla fine dell’ottavo ed ultimo documentario. Intanto erano passati due giorni di ozio assoluto sul divano.

La pigrizia è esattamente l’opposto di quello che accade sullo schermo. I protagonisti selezionati dal regista Morgan Neville (quello di “Keith Richards: Under The Influence”) e il produttore esecutivo Scott Dadich (fino a poche settimane fa direttore di Wired US) sono tra i personaggi più frenetici della creatività mondiale. Dall'illustrazione al lettering, passando per il design di automobili, scarpe e interni Abstract si pone l’ambizioso obiettivo di definire il perimetro di una scienza difficile da descrivere come il design.

Volendo trovare un difetto alla serie, oltre il suo occasionale eccesso pop, è proprio il titolo scelto. Non c’è nulla di astratto nel lavoro degli otto personaggi attorno cui gira ciascuna delle puntate da 40 minuti. Il cambiamento che apportano all’ambiente che li circonda con il loro lavoro è estremamente tangibile. Non è difficile da capire parlando del Tinker inventore della mitica serie di scarpe “Air Jordan” o di Ralph Gilles, capo del designer di FCA a Detroit. Ma anche nel caso di un fotografo come Platon o di un architetto come Bjarke Ingles (forse il più “larger then life” di tutta la serie) le ripercussioni materiali delle loro opere sono evidenti, spesso persino clamorose.

Per fortuna a riportare la narrazione sul giusto binario ci sono le risposte dei designer, a tratti illuminanti quando si tratta di analizzare il proprio lavoro e dare una dimensione comprensibile alla propria professione di designer, un concetto che avremo modo di approfondire tra poco.

Ogni episodio è basato su una precisa struttura che si ripete di volta in volta con variazioni sul tema. Si attraversa lo studio del designer per entrare poi nella sua vita privata. Lo seguiamo nella realizzazione di una commissione particolarmente ambiziosa, si salta infine indietro nel passato per conoscere i luoghi e le ragioni da cui è partito il lungo viaggio che lo ha portato al successo. Il tono rimane sempre divulgativo ed è chiara la missione di allargare il più possibile il discorso anche a chi normalmente non sarebbe interessato a disquisizioni da addetti al settore su forma e struttura. Solo occasionalmente la voglia di “stupire con effetti speciali” finisce col rovinare le molte altre cose che bollono in pentola. Un peccato veniale che perdoniamo volentieri visto il divertimento complessivo nella visione.

Per certi versi Abstract è un bignami di stimoli e spunti elargiti da alcune delle migliori teste pensanti del mondo. Ne ho approfittato allora per appuntare qualche concetto che vale la pena ricordare e che riporto qui di seguito.

Workaholic
Il primo elemento in comune a tutti i personaggi è quello della passione nei confronti del proprio lavoro. Anzi c’è qualcosa in più: la loro è una vera e propria ossessione che li porta ad eccellere e che ci restituisce l’immagine del moderno designer come la figura più lontana da qualunque classico creativo romantico. Non c’è nessuna musa ad ispirare la penna che si muove sul foglio ma soltanto tanta dedizione giornaliera. Lo dice chiaramente Christopher Niemann nel primo episodio della serie “Come diceva Chuck Close l’ispirazione è una cosa da dilettanti, noi professionisti semplicemente andiamo al lavoro ogni mattina”. Un concetto di pratica continua vicino a quello di cui parla spesso Nick Cave, anche lui impiegato della creatività, o lo studioso Malcom Gladwell nella sua regola delle 1000 ore, quelle che secondo lui sono necessarie per definirsi dei veri maestri in una determinata disciplina. Nessuno dei protagonisti sembra essere capace di separare la propria vita privata dalla passione lavorativa. Lo stesso Niemann che giura di chiudere la serranda dello studio ogni sera alle 6 si ritrova poi a disegnare sul finestrino del bus divertenti animazioni e giochi visivi che presto raccoglierà in un nuovo libro. Niemann approfondisce poi il concetto di creatività come lavoro sintetizzato nella citazione di Close. “La cosa più bella di questa frase è che ti solleva dalla pressione che ti puoi sentire addosso. Non è questione di aspettare per ore per il momento in cui vieni colpito dall'ispirazione, si tratta solo di presentarsi e iniziare a lavorare. Poi magari succede qualcosa di fantastico…oppure no. Quello che è importante è che per far si che possa accadere qualcosa devi semplicemente sederti alla scrivania, disegnare, prendere delle decisioni e sperare per il meglio”.

Lo sguardo quadrato
Una delle puntate più interessanti di Abstract è certamente quella dedicata alla scenografa Es Devlin. Dai primi lavori per il teatro fino alle collaborazioni megagalattiche con Adele, U2 e Kanye West il percorso della Devlin dimostra la lucidissima capacità di analisi su come il proprio lavoro viene recepito nella contemporaneità. Basta ascoltarla spiegare come il suo mestiere è cambiato con l’avvento degli smartphone, una rivoluzione che grazie al suo talento ha saputo trasformare in occasione di sperimentazione. “Se osservate la maggior parte dei concerti prima del 2003 quasi tutte le foto erano fatte da professionisti vicino al palco così da avere immagini di pop star giganti come delle vere e proprie divinità, con tantissime luci alle loro spalle”.

I concerti di una volta

È così che lo spettacolo veniva percepito da chi non lo aveva visto dal vivo. Quando sono arrivate le macchine fotografiche nei cellulari improvvisamente lo stesso evento era ripreso da qualunque angolazione e quindi anche il mio lavoro veniva visto da qualunque lato e recepito quindi in maniera diversa. È stato un grande cambiamento. Gli artisti con cui lavoro sono bombardati dalle immagini di loro stessi e dei loro spettacoli così che conoscono il proprio show come non avevamo mai potuto fare prima. Sono consapevoli che il concerto verrà recepito da molte persone proprio attraverso strumenti di questo tipo, così per certi versi ci ritroviamo a ideare progetti che siano all'interno di un quadrato. Probabilmente a breve cambierà nuovamente tutto, magari Instagram inizierà ad usare i triangoli…”.

I concerti di oggi

Gestire i clienti
La creatività è fondamentale ma se non si riesce a comunicare la propria visione al committente si rischia di rimanere solo dei velleitari. Da questo punto di vista i protagonisti di Abstract dimostrano di essere, oltre che artisti, dei venditori provetti. Dall'irresistibile sorriso di Ingels (potrebbe recitare in uno spinoff di Thor) fino al bonario entusiasmo di Ralph Gilles che deve convincere della validità delle proprie idee un temutissimo Sergio Marchionne. La migliore di tutte è però la graphic designer Paula Scher che con splendido cinismo illustra e dimostra con un grafico come andrebbe condotto il perfetto incontro la committenza. Se si è bravi nella presentazione l’entusiasmo del cliente salirà fino ad un punto massimo, questo coincide con la prima domanda che mette in dubbio la qualità del progetto da parte di qualcuno. Il consenso scenderà quindi drasticamente e dovrà essere nuovamente risollevato con una serie di concessioni fino a risollevare l’entusiasmo quasi al livello raggiunto precedentemente. “L’incontro deve finire qui” dice la Scher “Quello che succede se si continua in questo ping pong è che l’aspettativa nei confronti del progetto inizierà ad oscillare fino alla sua definitiva morte. I clienti vogliono semplicemente la prova che il tuo lavoro funzionerà oltre ogni possibile dubbio. Il problema è che non esiste questo genere di prova, tutto dipende da come le persone vedono e percepiscono le cose”.

La sinusoide della riunione perfetta

Cosa diavolo è il design?
Avendo studiato rigorosamente materie “non tecniche” (per di più in provincia) una volta arrivato nella grande città mi stupivo di come tutti parlassero così tanto di una disciplina che fino a quel giorno avevo trovato particolarmente oscura e specialistica. Tralasciando i tanti che ne la usano per fare colpo all'aperitivo o il fatto che Milano è la capitale italiana del settore è soprattutto vero che il concetto stesso di design si è ampliato negli anni inglobando al suo interno le discipline più differenti. Non a caso proprio nel primo episodio di Abstract vediamo l’illustratore Christopher Niemann alle prese con il render in realtà aumentata di un proprio disegno (non è un lavoro da programmatori questo?) così come l’architetto Bjarke Ingels non si fa problemi ad utilizzare il linguaggio dei fumetti per illustrare la propria ideologia “Yes Is More”. Pare ovvio come non sia più necessario dover realizzare o progettare un oggetto fisico per definirsi designer, professione che per semplicità possiamo oggi associare a qualunque forma di “creatività”. Un calderone in cui rischia di finire qualunque cosa ma che viene descritto con eleganza dalle parole di un’altra dei protagonisti della seria, la interior designer Ilse Crawford, che parla di design come di un “frame for life”. Una cornice che circonda qualunque elemento e che è per forza di cose sinonimo dell’altro onnipresente concetto della modernità: lo storytelling. Proprio la capacità di raccontare una storia, oltre ogni formato e specifica competenza tecnica e tecnologica, è l’altro filo rosso che unisce tutti i protagonisti di Abstract. In un momento in cui la narrativa classica così come il giornalismo sembrano essere messi alle corde ecco arrivare in loro soccorso i designer. Sono soprattutto loro oggi ad avere la responsabilità di raccontare un mondo altrimenti indescrivile con le sole parole.

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