Illustrazione di Pablo Rochat

I migliori consigli che ho ricevuto al lavoro

7 suggerimenti di capi e colleghi che mi hanno un po’ cambiato la vita. Più un aneddoto.

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La memoria è un setaccio molto fitto: lascia passare solo lo stretto indispensabile, me ne sono accorto col passare degli anni. Anche per reagire al bombardamento di stimoli esterni, col tempo ho naturalmente selezionato una manciata di frasi e consigli che potevano aiutarmi a migliorare la qualità del mio lavoro. Quello che ho messo assieme è prima di tutto un promemoria a mio uso personale, un bigino delle cose “da non dimenticare assolutamente” con cui gonfio la testa delle persone con cui collaboro e che spesso torno a ripetere anche a me stesso.

A pronunciare le parole che trovate qui sotto sono stati colleghi e superiori incontrati in luoghi e uffici differenti. Ho volutamente evitato di fare nomi e di fornire contesti troppo precisi. Ma se qualcuno si riconoscesse tra gli autori originali sarebbe bello ritrovarlo nei commenti, con un saluto o una tirata d’orecchi. Si tratta solo parzialmente di tradizionali consigli. Più spesso sono frammenti di discorsi, battute pungenti, piccoli sketch di vita vissuta che mi sembrano contenere una piccola lezione da poter applicare a diversi aspetti del lavoro, con un particolare riguardo al panorama editoriale, il continente che ho abitato in questi ultimi 20 anni.

“Ti comporti come un freelance ma lavori in un’azienda”
Ho avuto sentore della giustezza di queste parole sin dalla prima volta che le ho ascoltate ma ci sono voluti diversi anni per capirle e provare ad applicarmi di conseguenza. Quando ogni struttura contrattuale tradizionale è sotto pressione e, pur in un mercato del lavoro sostanzialmente rigido, ci si ritrova a cambiare occupazione diverse volte nella vita, è lecito chiedersi “Per chi sto lavorando davvero? Per me che devo sopravvivere o per far felice chi mi paga lo stipendio?”. La domanda se la fanno i freelance che collaborano saltuariamente con un’azienda, i liberi professionisti con contratto a scadenza e persino per i classici impiegati a tempo indeterminato, sempre più spesso chiamati a riallineare la propria professione con le richieste del mercato. Anche se la risposta più comoda potrebbe essere “Lavoro innanzi tutto per me”, alla fine ho scoperto che semplificando così la questione si rischia la classica eterogenesi dei fini: lavorare per un obiettivo e ottenere quello esattamente opposto. La tentazione, insomma, è quella di trovare ogni modo per girare a proprio vantaggio la routine lavorativa giornaliera. Più banalmente, invece, ricordare a quale obiettivo strategico è legato il nostro stipendio è un esercizio fondamentale per crescere personalmente e professionalmente. Non è assolutamente una questione morale o di correttezza. È, invece, una traduzione abbastanza fedele del titolo e dell’idea fondamentale del saggio So Good They Can’t Ignore You, secondo cui il modo più facile per guadagnare la libertà di fare il proprio mestiere al meglio e nelle condizioni migliori è eccellere all'interno del perimetro che ci viene dato e nelle risposte date a ciò che chiede nostro datore di lavoro o committente. Semplificando: qualunque sia il cliente o l’impiego che ci aspetta nel futuro chi ci cercherà ci valuterà proprio per lo stile e i risultati ottenuti fino a quel momento.

“Il sito migliore non è il più visitato ma il più ricco”
La domanda su come valutare la produttività del lavoro intellettuale la faceva già tanti anni fa, tra il ghigno e il sorriso, Luciano Bianciardi ne La vita agra: “Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. Quelli di oggi hanno fatto voto di povertà: la loro moneta è nuovamente quella dei giochi che facevamo da bambini: perline di vetro o meglio ancora la popolarità e l’affetto del gruppo che ci sta vicino e che non si è in grado di raggiungere in altro modo se non con la parola scritta, l’esibizione pornografica della propria intelligenza, talento o passione”.
La domanda rimane ancora oggi senza una risposta che possa dirsi completamente esatta e quindi in mancanza di un metro migliore si è preso come unico riferimento quello freddamente numerico. Solo che abbiamo sbagliato gli indicatori. Abbiamo a disposizione quantità industriali di classifiche dei siti web più visitati, quelli con più reach, chi ha più pagine viste, allo stesso modo in cui gli influencer si scannano a colpi di milioni di follower guadagni o persi. Una misurazione semplificata che fa comodo a molti e che nasconde dinamiche più complesse, le quali via via vengono allo scoperto. Estinti i banner pubblicitari ci sarà sempre meno necessità di misurare i milioni di lettori che fanno click ogni giorno. Già ora per molti è ben più interessante profilare, fidelizzare e interrogare i propri lettori piuttosto che impilarli uno sopra l’altro per una semplice conta. Nella triviale sfida giornaliera a “chi ce l’ha più grosso” è utile ricordare che le dimensioni contano ma i soldi molto di più.

“Quando devi colpire colpisci duro”
Qui va raccontato il contesto: uffici di MTV, ormai una decina di anni fa e nella preziosa programmazione pomeridiana televisiva è appena andato in onda un video dei White Stripes: Hardest Button To Button. All’improvviso entra nell’ufficio il direttore di rete con un tono di reprimenda verso il mio responsabile. “Ma come? Inseriamo i White Stripes alle quattro di pomeriggio e tu metti questa canzone qui? Dovevamo programmare Seven Nation Army, abbiamo un colpo solo e non possiamo sprecarlo”. Ecco che aspetto ha la guerra di trincea degli ascolti vista dall'altra parte della barricata: ogni tassello del puzzle è fondamentale per non far cambiare canale al telespettatore e ogni videoclip della playlist va pesato col bilancino, allo stesso modo in cui Mishima diceva di fare con le parole. Ricordo al tempo di aver pensato “Ma che banalità!” e “Che esagerazione!”. Sbagliavo, ovviamente. Nella guerra per l’attenzione che ci troviamo a combattere oggi (infinitamente più crudele di quella di 10 anni fa) ogni singolo contenuto che mettiamo lì fuori può essere decisivo. La rete così come la televisione, la radio e giornali non hanno certo bisogno di altro rumore di fondo quanto piuttosto di qualcosa di efficace, piacevole e consistente con il progetto editoriale che stiamo portando avanti. Ricordate la fissa di Robert De Niro ne Il cacciatore?. Ecco anche noi abbiamo “un colpo solo” per stendere il nostro obiettivo. Non si può sprecarlo con una canzone inessenziale, con un articolo superfluo.

“Non dobbiamo vincere il premio della critica”
Questo consiglio si lega in qualche modo al consiglio precedente. La deformazione di molte persone che lavorano nell'editoria così come nella produzione di contenuti — me compreso ma sto cercando di guarire — è quella dell’originalità a tutti i costi. Cercare il pensiero laterale e la soluzione che nessun altro ha ancora trovato, la confezione perfetta che a nessuno è mai venuta in mente va bene soltanto se non si perde di vista il risultato che si vuole ottenere e l’idea da cui si è partiti. Troppe volte il risultato finale di un’iniziativa editoriale “originale” e “che nessuno ha mai tentato prima” finisce col somigliare allo scarabocchio disegnato da Enzo Mari sulla lavagna della sua celebre lezione televisiva sulla creatività. Ecco perché vale la pena scrollarsi di dosso la necessità di dover sembrare per forza i più intelligenti e i più sofisticati della classe. Quello che è importante non è il premio assegnatoci dai nostri pari (siano questi giornalisti, designer, professionisti vari), quanto quello del pubblico nella sua interezza e il bilancio economico che ne consegue. Anzi spesso proprio il modo migliore di vincere il premio della critica è quello di essersi già assicurati il ben più ambito trofeo della sostenibilità economica.

“Non possiamo usarla come scusa”
Tra tutti questo è forse il consiglio più importante perché il più universale. Ho sentito spesso ripetere questa frase da un mio “capo” e anche se mi colpiva per la sua forza non ne capivo completamente il significato. “Ma come? Il sito non funziona e dobbiamo prenderci la colpa se le visite non aumentano?”. Da qualche anno a questa parte uno dei miei detti preferiti è l’inglese “When life gives you lemon, make lemonade”, un altro modo per dire che le scuse stanno a zero e non servono a nulla. Ad illustrarlo magistralmente è l’ex allenatore della nazionale di volley Julio Velasco in un suo famoso discorso sugli alibi: “Gli alzatori non parlano dell’alzata, la risolvono”. Rinunciare ad avere alibi nel proprio lavoro è un’azione liberatoria: ci rende più leggeri perché stabilisce che non tutto ciò che accade è sotto il nostro controllo ma contemporaneamente permette di concentrarci su ciò che rientra nel nostro raggio d’azione e provare ad agire su quello, dando il massimo all'interno di un perimetro preciso.

“Quella persona non conosce il significato del verbo fare”
La battuta, cattiva, la rivolgeva una mia collega ad un altro. Era una fotografia ingenerosa ma la frase per me continua ad essere utile e nella sua perfidia fotografa alla perfezione un problema diffuso: la distanza che passa tra un progetto e la sua attuazione. Tutti conosciamo il detto secondo cui l’idea di partenza è solo l’1% di un risultato mentre l’esecuzione è il restante 99%. Questo non vale solo per imprenditori e startupper ma anche per ciascuna delle centinaia di azioni che ci troviamo a svolgere in una qualunque giornata lavorativa. Ricordo una volta una ex collega ed amica mi disse, “Se vuoi un lavoro fatto a metà chiedi a Girolami”. La classica osservazione scherzosa che conteneva una profonda verità, perché il demone dell’inconcludenza ha colpito spesso anche me. Da quel giorno ho cercato di non dimenticare che -come dicono saggiamente Elio e le storie tese — “Tra il dire e il fare c’è di mezzo e il”.

“Volete fare una cosa solo per i puzzoni?”
Anche qui è necessario raccontare un po’ il contesto. Si era sul punto di lanciare un nuovo progetto editoriale molto profilato. Davanti alla selezione dei contenuti scelti per la partenza una collega più esperta espresse il dubbio di cui sopra. “I puzzoni” secondo lei erano gli alternativi “duri e puri” e il nostro errore era proprio quello di rivolgerci esclusivamente a loro. Una doppia gaffe. In primis perché limitare lo spettro editoriale e dunque il proprio possibile pubblico raramente è una buona idea. In secondo luogo perché decidere di posizionarsi in maniera così estrema presta il fianco a qualunque tipo di ricatto da parte del proprio pubblico. “Non siete più quelli di Mi Fist” è il classico commento che i Club Dogo si sentono ripetere da decenni dai fan della prima ora che ancora gli rinfacciano di aver “tradito” il proprio zoccolo duro. L’identificazione di un pubblico ristretto con un contenuto è uno scambio simbolico rischioso perché se da un lato crea un’adesione e talvolta anche un’affezione preziose, dall'altro impedisce qualunque tipo di evoluzione, cambiamento, sterzata o allargamento rispetto al pubblico di riferimento, pena la perdita del nucleo iniziale, che non è detto venga rimpiazzato da altro più raffinato e/o più numeroso. Non si contano le fosse piene di buone intenzioni e i progetti editoriali falliti prematuramente proprio a causa di questo errore d’impostazione. Se c’è un lato positivo nella confusione di categorie che internet ha portato è stato dimostrare come un contenuto popolare possa essere anche qualitativamente elevato.

“Non è successo niente”
Finisco con un consiglio muto, un aneddoto che è anche la prima cosa (la più importante) tra quelle che, insieme, ho imparato e ogni giorno provo ad imparare. Avevo 16 o 17 anni, stavo per mandare in streaming online la prima puntata di quello che sarebbe stato il mio programma di web radio. Oggi lo chiameremmo podcast ma al tempo non esisteva questo lessico e non c’era neppure iTunes. Per essere sicuro che tutto fosse perfetto ed evitare ogni tipo di imprevisto avevo registrato la puntata nei giorni precedenti nello studio della piccola radio locale con cui collaboravo. Poi avevo riversato il tutto in una cassettina (lo so, fa impressione anche solo a scriverlo oggi). Collegando lo stereo al computer sarei riuscito a trasmettere tutto online in una modalità di “finta diretta”. La newsletter del sito a cui mi appoggiavo era stata inviata e il direttore del progetto assicurava che artisti e importanti giornalisti sarebbero stati all'ascolto di quello che al tempo era un esperimento inedito per l’Italia. Potete immaginare il nervosismo di un ragazzino ancora minorenne davanti ad un esordio microscopico ma comunque virtualmente su scala nazionale. A pochi minuti dal via ecco l’imprevisto. Il nastro su cui è registrato il programma si spezza: impossibile mandarlo in play nello stereo e di conseguenza attivare lo streaming. Ricordo la sensazione di essere la persona più sfortunata sulla faccia della terra, la disperazione del cuore e del cervello. Seguono urla, bestemmie, strepiti di autocommiserazione: “Perché? Perché succede tutto a me? Perché proprio adesso?” Si siede vicino mia madre e con una calma sovrumana toglie le viti della cassetta di plastica, estrae il nastro, applica con precisione chirurgica dello scotch alla parte spezzata e chiude di nuovo il tutto. Inserisco la cassetta nello stereo: funziona. La prima puntata del programma va in onda come previsto. Quei gesti lenti e precisi di mia madre contenevano la lucidità di capire cosa è in nostro potere fare per raddrizzare il caso, quando si deve e quando si può risolvere la situazione e sono stati probabilmente la singola lezione lavorativa più importante della mia vita.

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