Pablo Rochat per Tinder

Il gioco di Tinder

L’amore ai tempi della gamification. Il racconto dopo 6 mesi da iscritto.

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Secondo le ultime ricerche in USA quasi la metà delle coppie eterosessuali attualmente fidanzate si sono conosciute online. In un social network o utilizzando un sito o una app di incontri. Tinder è quella più famosa, da qualche anno discretamente popolare anche in Italia. In quanto appassionato di cose tecnologiche e dinamiche digitali avevo una grandissima curiosità di scoprirne il funzionamento: in fondo si tratta di una tecnologia che permette di esaudire il desiderio che sin da adolescenti abbiamo continuamente espresso: “Magari potessi avere la certezza che le piaccio” evitando così terrificanti salti nel vuoto o di ricorrere ad un goffo intermediario come il classico “Il mio amico ha detto che gli piaci”.

Il mio nome è nessuno
Capisci la potenza di Tinder dalla sua invisibilità. Quando se ne parla lo si fa soprattutto a voce, di persona con gli amici: “Sai che mi sono iscritto?”. Anche se abbiamo l’impressione che se ne scriva tantissimo cercando una letteratura online si trovano soprattutto notizie legate al numero di utenti, all'andamento economico dell’azienda o alle sue nuove feature tecnologiche. Nessuno ha capito davvero come funziona e nessuno ha realmente voglia di spiegarlo agli altri, neanche si trattasse di un segreto alchemico (la pozione dell’amore?) da custodire gelosamente. A differenza di meme e freddure lanciati su Twitter o Facebook c’è una certa reticenza a diffondere screenshot provenienti da Tinder, come fosse una sorta di Deep Web della lussuria da tenere chiuso ermeticamente perché “se non lo faccio con gli altri allora loro non lo faranno con me”. Più in Italia che all'estero Tinder è ancora vissuto come una piccola vergogna, un sentimento perfettamente sintetizzato dalla frase che in molti usano come propria bio nella app (l’ho letta in almeno una decina di profili diversi): “Diremo che ci siamo conosciuti ad una mostra”. Una battuta che spiega questo alone di segretezza che aleggia attorno alla piattaforma. Il risultato è che la narrazione della app e dei suoi meccanismi finisce in mano a chi ha la sfrontatezza di parlarne.

Approfondendo l’argomento nei motori di ricerca nel giro di un paio di click i risultati restituiti appartengono quasi tutti a scivolosi forum di aspiranti latin lover digitali (uno ha come sottotitolo addirittura “Il cartello italiano della seduzione”, Narcos Style…) in cui il risentimento verso il sesso femminile esplode in tutto il suo clamore. “Non gli frega nulla…hanno preso il potere dato dal maschio zerbino…loro POSSONO PERMETTERSELO. Questo purtroppo è colpa dell’uomo. Se tutti gli uomini cominciassero a selezionare e mandare a cagare quelle con topolino e paperino, vestite male, smorfie, descrizioni nulle, e simili…vedi che anche loro per scopare si adeguano!”. Questo è il commento più raffinato che potrà capitare di leggere, molte altre delle discussioni somigliano da vicino a quelle che si intercettano in un bar di provincia fatte di stereotipi e aggressività repressa. Spiace come nel silenzio e nella mancanza di un vero approfondimento su una delle app che più sta influenzando la nostra vita e le dinamiche sociali metropolitane ad emergere sia soprattutto il tono aggressivo di micro community online di questo genere. Unica eccezione rilevante questo articolo del Sole 24 Ore che spunta regolarmente tra i primi risultati sull'argomento in cui la giornalista confessa candidamente di essere partita senza speranze e di aver invece trovato l’amore su Tinder.

Risultati zero. Sono iscritto ormai da qualche giorno e nonostante l’uso intensivo nessun “mi piace”, figuriamoci un match. Il primo pensiero è che ci sia qualcosa di rotto nell’app o, molto più inquietante, che io sia veramente inavvicinabile. Provo a cambiare febbrilmente le mie foto profilo.

The Game
Anche prima di iscrivermi ho sempre trovato il meccanismo di Tinder geniale nella sua semplicità: in fondo riprende il fulcro dei migliori social network (tutti conosciamo la storia di Facebook/Facemash nato proprio come piattaforma dove “valutare” i compagni di college) e inserisce il tutto in un contesto di gamification ancora più forte. Una volta iscritto mi accorgo che è proprio così: le funzioni principali non sono subito tutte presenti ma si sbloccano via via come in un videogioco dove per godere appieno dell’esperienza bisogna prima fare un po’ di rodaggio. Il meccanismo con cui vengono presentati i vari servizi freemium da acquistare (boost, like infiniti, abbonamenti plus e gold) è simile a quello di giochi in rete come Clash of Clans in cui chiunque può partecipare gratuitamente ma chi ha soldi da spendere è avvantaggiato. A volta spuntano addirittura “livelli bonus” come il pannello “ammiratore segreto” in cui puoi scoprire gratuitamente l’identità di uno delle persone che ti ha messo like.

Il legame tra gamification, videogiochi e mondo della seduzione è un argomento di cui si discute da tempo. Ricordo un divertente siparietto qualche mese fa durante la presentazione milanese del libro “The Game Unplugged”, saggio di commento e approfondimento su “The Game” di Alessandro Baricco. Durante l’incontro uno degli autori, lo scrittore Raffaele Alberto Ventura, davanti allo stesso Baricco presente in sala, si lascia andare ad una provocazione suggerendo che il titolo del suo libro fosse ispirato al quasi omonimo “The Game: la bibbia dell’artista del rimorchio” di Neil Strauss che approfondisce e indaga proprio il mondo delle community legate a questi temi. Rispetto al passato e al mondo descritto da Strauss o dai guru che su YouTube ci insegnano come “conoscere una ragazza per strada” in Tinder il “gioco” della reciproca seduzione è inserito in una meccanica d’azzardo in stile slot machine. “L’esperienza di quasi riuscire a vincere accende un fuoco dentro di noi e ci porta a fare qualcosa, qualunque cosa, pur di limitare il senso di delusione che segue una sconfitta dell’ultimo minuto” si legge nel libro “Irresistible” di Adam Alter che racconta i meccanismi con cui si forma la dipendenza umana in qualunque ambito, compreso quelli tecnologico. Se da un lato l’abbondanza di opportunità è il carburante di questo videogame infinito dall'altro questa è nemica del valore finale percepito. Ogni persona che vediamo scorrere nel nostro feed sarà inevitabilmente sempre più simile a quella precedente e i volti che si susseguono a ritmo frenetico finiscono per assomigliarsi l’un l’altro mentre rimaniamo in attesa di un jackpot o, nel caso di Tinder, di un match.

Se però la definizione di gamification è quella di “un’esperienza che in sé valga già come ricompensa” allora l’app funziona alla perfezione nel farci credere che il vero divertimento sia lo sfogliare questo infinito catalogo piuttosto che l’obiettivo emotivamente ben più impegnativo di trovare qualcuno con cui iniziare una conversazione o addirittura da incontrare di persona.

Lentamente il senso di vergogna iniziale sparisce. Compaiono nel feed anche molte persone decisamente più belle e cool di me tanto che viene da chiedersi “ma davvero loro hanno bisogno di Tinder?”. Ovviamente nessuno ha davvero bisogno di questa app e iscriversi è una scelta priva di qualunque vera connotazione. Arrivano i primi timidi risultati: dopo 7 giorni ho 10 “mi piace” e due match. Una ragazza non risponderà mai al mio messaggio, l’altra si rivela una professionista a pagamento: l’unico messaggio che mi invia è “se sei bravo puoi finire con la tua faccia tra le mie gambe” e poi la URL di un sito a cui iscriversi.

Reale e virtuale
Una delle mie più grandi paure utilizzando la app è quella di mettere like per errore a qualcuno che conosco e frequento nella vita di tutti i giorni o con cui ho dei rapporti di lavoro. Su Tinder ci sono tutti: colleghi, amici, parenti. “Cosa penserà di me?” o “E adesso? Le faccio una battuta quando la incontrerò di nuovo?”. Incrociare qualcuno su Tinder è un po’ come vedere un conoscente al sexy-shop: “Anche lei qui ingegnere?”. Non sai bene come comportati: conviene salutarsi educatamente? Chiedere un consiglio? Forse meglio fingere indifferenza. Più si trascorre del tempo nella app e più l’esperienza finisce col contaminare il resto della propria esistenza. Il passo successivo è quello di diventare un “Tinder-mitomane”: vedere persone per strada e chiedersi se le hai già “scrollate” nella app. La confusione tra piano reale e virtuale, o meglio della loro inevitabile fusione, è un tema che coinvolge tutto mondo tecnologico: dai videogame agli altri social network. Ciò che distingue Tinder dal resto è però l’enorme ingombro temporale necessario per farlo funzionare correttamente. Per trovare un match soddisfacente dovrete sfogliare centinaia o migliaia di fotografie e questo vuol dire ore e ore di “lavoro”. Se è vero che passiamo già una enormità di tempo con lo smartphone in mano questa app è tra le più impegnative in assoluto. Instagram o Twitter possono essere parcellizzate anche in piccoli bit di utlizzo da pochi minuti o secondi senza il bisogno di dover ottenere un risultato pratico immediato che non sia il progressivo aumento del numero di follower. Tinder invece ha bisogno di lunghe sessioni in cui il pericolo del tunnel carpale è dietro l’angolo. Essendo più simile ad un videogioco rispetto agli altri social quello che si vuole ottenere è in effetti “vincere” l’attenzione di qualcuno al punto da incontrarlo di persona ed essere magari ricambiati.

Faccio un esperimento e lascio che il mio profilo sia visibile anche agli uomini che cercano altri uomini. In 5 minuti mi becco due like, capisco che è una app che può funzionare a diverse velocità. Provo per la prima volta a comprare una delle funzioni a pagamento: il “boost” promette di aumentare di la tua visibilità nel feed altrui per un determinato periodo di tempo (30min) ed in effetti raccolto più like in quel momento che in giorni e giorni di swipe.

La guerra di tutti
Iscriversi è come tornare ai tempi dell’adolescenza e del liceo. Tinder è un luogo dove si viene giudicati quasi esclusivamente per il proprio aspetto fisico e anche se non mi ritengo un rospo non sono neppure così performante o aggressivo da superare facilmente questo primo livello di selezione. Stupisce poi un vero e proprio razzismo basato sull'altezza: mentre altrove si discute di fluidità sessuale, superamento di qualunque stereotipo qua fioccano le minacce. “Non provare neanche a contattarmi se sei alto meno di 170cm” oppure “Ti avverto: con i tacchi sono 1e80, se per te è un problema tira dritto” e via di seguito. Dall'alto dei miei 182 centimetri evito la maggior parte delle pallottole, sono un uomo fortunato. A differenza del liceo di provincia la promessa con cui Tinder si presenta è più simile alla livella di Totò che vorrebbe porre tutti sullo stesso piano. Ci ritroviamo infatti dentro una medesima app, selezionati solo rispetto la nostra età, orientamento sessuale e provenienza geografica, senza ulteriori distinzioni di censo, cultura, credo politico e religioso. Una occasione per uscire dalla propria bolla sociale e conoscere qualcuno di veramente nuovo, proprio questo elemento di disintermediazione era per me tra gli aspetti più interessanti dell’intera esperienza. Missione parzialmente fallita: velocemente si scopre che quella di poter uscire dal proprio circolo è una illusione. Le foto che mettiamo, il loro gusto estetico, la maniera in cui decidiamo di presentarci e persino la canzone che leghiamo al nostro profilo sono elementi distintivi che ci guidano forzosamente verso i nostri simili, gli unici di cui finiremo per attirare l’attenzione. Anche pescando apparentemente a caso da un enorme calderone di iscritti i match che arrivano sono quasi tutti con persone che fanno lavori tangenti ai nostri, in aziende simili o con cui, una volta spostata la conversazione su Facebook o Instagram, scopriamo di avere decine di amici in comune. Non si esce vivi dalla filter bubble.

Le cose continuano a non ingranare allora mi avventuro fino ai Navigli per incontrare una mia amica che per conoscenza del mondo affettivo e delle dinamiche social assumo in qualità di consulente personale Tinder. “Ogni foto che metti deve esibire una parte del tuo capitale: che sia economico o sociale” mi spiega citando consapevolmente Bourdieu “Togli quella in cui hai quella giacca da povero, questa in cui sei alla Biennale invece va bene”. Cambio di conseguenza le foto profilo e i risultati migliorano istantaneamente.

La fine
Per tutti questi mesi ho continuato a prendere appunti e scarabocchiare riflessioni nelle note del cellulare senza sapere bene quando sarebbe stato il momento giusto per fermarsi e iniziare a scrivere questo piccolo saggio. Avrei dovuto aspettare l’ennesima sòla ricevuta? O quella rifilata? Dovevo prima chiudere definitivamente il mio account? Poi un giorno anche a Milano sono comparsi gli enormi cartelloni della nuova campagna pubblicitaria di Tinder che prova a spiegarci come essere single è in verità la dimensione ideale per qualunque persona. Non solo un new normal ma anzi stare da soli è eccitante e divertente perché ci permette di “goderci la vita” ed è un’occasione che non va assolutamente “sprecata”. Come se stare da solo (questo significa single) fosse una condizione rara che rischia di scomparire. In fondo per Tinder avere degli utenti perennemente single vuol dire un pubblico continuamente collegato impegnato a scrollare un possibile infinito elenco di partner. A livello di marketing perciò il messaggio è perfettamente centrato.

Scendendo più in profondità però è il concetto stesso di single ad essere cambiato, soprattutto per le nuove generazioni. Negli stessi giorni in cui la app lancia a livello internazionale la sua nuova campagna fa molto discutere questa intervista di Emma Watson a Vogue in cui confessa di “Essere molto felice da single” e che anzi si definisce “self-partnered” una locuzione difficilmente traducibile in italiano se non con un neologismo come “autofidanzata”. Non mi stupirebbe se nel progressivo processo di atomizzazione e individualizzazione della società il nostro futuro fosse infine proprio quello di essere tutti felicemente “autofidanzati”.

A questo punto però Tinder sarà obbligato a capire se una volta soddisfatto così questo nostro bisogno primario ci sarà ancora qualcuno che avrà voglia di iscriversi alla sua app.

Infine incontro Anna (nome di fantasia) una ragazza che utilizza Tinder in modo massiccio. “Io mi sento più sicura con le persone che conosco qui che quelle che incontro nei bar” mi dice “Tinder è la realtà: le foto che metti, la musica che ascolti ti descrivono meglio di quanto mi potresti raccontare una sera a cena”. Poi mi mostra il feed del suo account e, come una cartomante farebbe con un mazzo di tarocchi, inizia a leggere i profili delle persone che scorrono sotto il suo polpastrello.

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